QUALCHE ESTRATTO DAI TESTI

 

Eros ha ancora qualcosa da dire?

“Ebbene: nella sfida con Thanatos, Eros ha ancora qualcosa da dire?
Perché un dolore che non vuole cessare possa attenuarsi, perché l’imporsi di una costellazione sintomatica almeno in parte si dissolva, è decisiva l’entrata in gioco di Eros, ossia che Eros abbia ancora qualcosa da dire. Del resto, l’enigma dell’eterna sfida con la morte non esclude che le nostre risorse, come pure la nostra dedizione nei confronti di Eros, possano essere davvero sorprendenti, inaudite.
Sarebbe allora la stessa ineludibilità dello straniante, dell’enigma, dell’impossibile a sfidarci ma, qualora non fossimo sostanzialmente determinati dal ripudio di ciò, anche a consentirci di accogliere la sfida. D’altronde, lo stesso intrigo/disintrigo, la stessa irriducibile sfida tra Eros e Thanatos, fa sì che il gioco possa restare aperto. Vale a dire: non ancora, non una volta per tutte deciso”. 

Dalla nascita alla adolescenza. Storia raccontata da grandi e piccini a grandi e piccini
(a cura di Maria Antonietta Morale)

E’ il risultato di una esperienza scolastica di collaborazione tra adulti e ragazzi. Ed è agli uni e agli altri che si rivolge, perché consente di entrare in modo personale nella Storia. Il libro, introdotto dal Preside della Scuola media Jean Piaget di la Spezia, è intercalato dalla reinterpretazione e messa in scena di fiabe tradizionali e illustrato dagli originali, personalissimi disegni dei ragazzi del Laboratorio  Spazio Espressione. Racconta la nostra storia, dalla nascita alla adolescenza, e si richiama a passi significativi di esponenti della psicanalisi classica e attuale (Sigmund Freud, Melanie Klein, Anna Freud, Wilfred R. Bion, Donald W. Winnicott, Jacques Lacan, Gerard Pommier, Maud Mannoni, Aldo Rescio).
Nelle sue parti narrative principali è stato rappresentato al Teatro Civico di La Spezia, nel giugno 1998, in occasione dello spettacolo organizzato dalla Scuola media Jean Piaget  a favore dell’Unicef.

   “Senza proteggerci dalla angoscia con la quale abbiamo inevitabilmente a che fare, nessun senso di sé, nessuna storia potrebbe mai avviarsi.
Non possiamo fare a meno di volerci riparare dal minaccioso della vita, di credere che qualcuno, dotato del potere di risolvere l’angoscia che invece  a noi mancherebbe, sia in grado di risponderci,  soccorrerci, rassicurarci.
Poiché i genitori, per primi, sono venuti incontro al nostro disagio, lo hanno alleviato e, in certi momenti, addirittura quasi fatto scomparire, è innanzitutto da loro che ci aspettiamo il rimedio al  dolore della vita. E’ da loro che lo pretendiamo e, troppo spesso, lo rivendichiamo. Non volendone allora sapere che i genitori, per quanto si adoperino, non potranno mai assicurarci tutta la protezione che vorremmo in rapporto alla vita, se la vita è  aperta al disagio, non può non esporci ad esso. Dunque, non rendere precario e insufficiente qualsivoglia apparato di protezione”.

Non svelerai il tuo enigma

   “Se in quanto mortali non è possibile sottrarsi al lutto, come elaborarlo, far sì che Eros o il desiderio stesso di vivere non ci abbandoni? Soltanto un eventuale confronto altro con l’intollerabile potrebbe forse concedere una tregua alla nostra troppo spesso lacerante necessità riparativa. Difatti, quanto più si dipende da essa, tanto più rischia di risentirne la stessa disposizione erotica nei confronti della vita. Comunque, non potremo mai veramente conoscere né i limiti né le risorse di noi stessi. E’ allora lecito augurarsi che non sia mai del tutto <<impossibile>> riprendersi, ritrovare l’amore per la vita, grazie al donarsi stesso dell’amore. Un amore più forte della disperazione, perché soltanto l’amore che resta nonostante la morte può forse sfidare <<l’impossibile>>”.

Rescio: Abissalità del lutto e risorse di Eros

   “Si ha a che fare – nel bene e nel male – con l’abissalità dell’esistenza. Smisurato, abissale, veramente indicibile è lo stupore per il suo tragico, violento vanificarsi. Per la sua incuria, spietatezza nei confronti del nostro disperato bisogno di sentirci rassicurati e protetti. Ma abissale, inenarrabile è anche il sorprenderci dell’infinito, incommensurabile stupore per il donarsi delle risorse di Eros. Vale a dire: per quel che si offre come tempo dell’amore, della gioia, del godimento. Insomma, come improvviso, inatteso momento della pietas: o del dedicarsi, prendersi cura di noi dell’esistenza.
Dopotutto, la più autentica risorsa di Eros è trovare la forza di sostenere lo smarrimento dinanzi all’abisso che si è. Senza, cioè, avere mai in mano nulla di assolutamente sicuro. Senza attendersi nulla, perché nulla è promesso, dunque dovuto dall’indifferenza, disumanità della vita.
Tuttavia la vita consente, se pure a suo arbitrio, anche di scoprirci qua e là grati nei suoi confronti. Purché ci sfiori la grazia di poterla, nonostante tutto, amare ancora. Di poter ancora scommettere su quell’amore.
Ma questo scommettere sulle risorse di Eros non va comunque senza un autorizzarsi a esigere da sé qualcosa di essenziale. Insomma: senza un mettersi veramente in gioco come essere umano. Vale a dire: in mancanza di ogni definitivo sostegno.
Se il senso, il fine, il fondamento di quel che ci riguarda non preesiste, non è legittimato da alcunché, lascia infatti soltanto a noi la responsabilità etica – come onere, ma anche come risorsa – di farci umanamente carico del significato, dello scopo, soprattutto del valore, che ci sentiamo di attribuire all’esistenza. Di quel che ci è dato decidere di rischiare, azzardare nei suoi confronti”.  

Freud: Tra mania e melanconia, il tempo di un lutto

   Mania e melanconia sarebbero alleate nella medesima impresa di rivolta alla perdita. Tuttavia, così come il lutto, anche la melanconia, per Freud, sembrerebbe potersi risolvere, rendersi elaborabile, dopo un certo periodo di tempo. Ma se permane, se non consente in nessun modo di distogliersi dal sentimento della perdita, rischia di diventare come una ferita sanguinante costantemente aperta: una vera propria emorragia inarrestabile, capace di svuotarci, estinguere ogni nostra possibilità d’investimento che non riguardi la melanconia. Anche se forse vorremmo interrompere tale dispendio di sofferenza, ci si accorgerebbe di non poterlo assolutamente fare, di aver bisogno di restare avviluppati in quella sofferenza, quasi che, alla fine, ci apparisse più economico non rinunciare ad essa: non guarire più dalla nostra melanconia. Perché mai, nonostante il dolore, non potremmo fare a meno di continuare a rimpiangere e desiderare un oggetto d’amore che, forse, sarebbe più vantaggioso dimenticare, ma che ci sarebbe invece impossibile dimenticare? Perché mai, pur di non perderlo, arriveremmo a incorporarlo, ad allucinarlo, a renderlo parte integrante di noi stessi? Cosa rappresenterebbe, cosa significherebbe quell’oggetto e cosa il rischio di perderlo se, disposti ormai a rinunciare alla gioia che ci procurava, metteremmo così tenacemente a frutto proprio la sofferenza che ora ce ne viene e il rifiuto ostinato di staccarci da essa? Ma, più spesso, il nostro melanconico sentire di non valere più niente sarebbe inspiegabile, ingiustificato: non riusciremmo a stabilire che cosa sia andato davvero perduto. Anche quando non sarebbe dilaniata da un’angoscia talmente estrema da contemplare il rischio di suicidio, la melanconia potrebbe comportare una così assoluta svalutazione della vita, da ridurci a una sorta di coltura pura o esclusiva della pulsione di morte: a un vero e proprio condensato di distruttività. Ma come può l’essere umano, portato com’è a ricercare il piacere, arrivare a nutrirsi, fino a questo punto, della sua stessa sofferenza, infelicità? Perché mai non riesce più a sottrarsi ad essa, a farne a meno, quasi fosse l’unico farmaco-veleno indispensabile per sopravvivere?

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<<Ci sia consentito prendere in esame per un momento ciò che la sofferenza del melanconico ci permette di arguire sulla costituzione dell’Io umano. L’inibizione melanconica suscita in noi l’impressione di un enigma perché non riusciamo a vedere da cosa l’ammalato sia assorbito in maniera così totale. Il complesso melanconico si comporta come una ferita aperta che attira su di sé da tutte le parti energie di investimento e svuota l’Io fino all’impoverimento totale. Il conflitto all’interno dell’Io, che nella melanconia prende il posto della lotta riguardo all’oggetto  deve agire come una ferita dolorosa che pretende un controinvestimento straordinariamente elevato. […]
La mania non ha un contenuto diverso dalla melanconia, entrambe lottano conto il medesimo “complesso”. Il maniaco ci dimostra inequivocabilmente di essersi liberato dall’oggetto che lo aveva fatto soffrire anche perché si getta come un affamato alla ricerca di nuovi investimenti oggettuali. […]  
La realtà pronuncia il verdetto che l’oggetto non esiste più, e l’Io, quasi fosse posto dinanzi all’alternativa se condividere o meno questo destino, si lascia persuadere – dalla somma dei soddisfacimenti narcisistici – a rimanere in vita, a sciogliere il proprio legame con l’oggetto annientato. Non è affatto facile indicare con argomentazioni di tipo economico perché tale compromesso con cui viene realizzato poco per volta il comando della realtà risulti così straordinariamente doloroso>> (FREUD).

Erranza della questione umana

   “Erranza del senso, della verità, del pensiero, della parola, del desiderio. Erranza tanto più intollerabile quanto più si è costretti a ripudiarla.   
   Questione umana. Questione allora del bisogno estremo di punti fermi e dello s-radicamento, del sempre in bilico o in forse di un essere umano che dimora nell’erranza, si smarrisce, non può dirigere la sua vita. Non può sottrarsi al rischio, all’impossibile, alla dismisura. A quanto si fa avvertire come indistruttibilità, inappagatività del desiderio, insituabile senso di colpa-inadeguatezza. Come orrore di disperdersi e inaggirabile non integrazione, che tuttavia non dispensa dalla inquietante responsabilità di esporsi: dover comunque rispondere di un inevitabile sentirsi chiamati in causa dalla vita”.

Depressione e angoscia del niente

   “Non ci accadrebbe di negare la vita, di rifiutarla, respingerla, se già la vita non si negasse a noi. Se il nientificante della vita, in un modo o nell’altro, non si facesse sentire. E’ già il nostro non volerne sapere niente del niente, del mortale a rendere tanto più devastanti determinate esperienze.  A far sì che ci si ritrovi attanagliati dal sentimento del niente e della morte.
Non si è più sicuri di niente, si finisce per diventare tutt’uno col niente, per sentirsi niente, morti alla vita e la vita non offre più niente di desiderabile, quando in alcun modo è consentito sostenere la sua costitutiva inadeguatezza a rispondere al nostro estremo bisogno di essere risparmiati dal niente, dalla finitezza. Da quanto insomma esistenzialmente annichilisce, annienta, vale a dire: dal mortificante mortale della vita. Ma, quanto più ciò viene rigettato, tanto più favorisce la nostra immedesimazione con esso. Insomma: il disperdersi, nientificarsi dell’investimento nei confronti della vita.
Potrebbe disporci altrimenti che in termini di risposta depressiva, sorprenderci a non vivere la lacerante dispersione dell’esistenza come assolutamente catastrofica, devastante, o tale da favorire - come neutralizzazione anticipata di ogni rischio o possibile incontro col traumatico - il morire del desiderio stesso nei confronti della vita? Ebbene: l’identificazione della vita col niente o con la volontà di morte, quanto più si cerca di sottrarsi all’orrore del niente e di tutto ciò che inevitabilmente muore?”.

Desiderio di formazione

   “Quanto a ciascuno è consentito chiedersi riguardo alla sua formazione? Impossibile ascoltare l’altro, se non si ascolta la nostra stessa vocazione a misconoscere di misconoscere. Ma il confronto con la radicalità della formazione, così come dell’analisi, non è per tutti. L’esporsi non può prescindere da un farsi carico del proprio taglio prospettico, da un far sentire come ci preme quel che ci preme intorno all’essere umano, al disagio, alla clinica. Questo vuol dire assumersene la responsabilità: la solitudine.  Ma non scopriremo mai il senso segreto, la seduzione senza per-che  del desiderio di formazione, se non ci si confronta con l’impossibile stesso di un’avvenuta formazione. Se non si accoglie con riconoscenza che, appunto perché sempre incompiuta, essa non possa e non  debba (salvo misconoscerlo) mai venire formalmente riconosciuta compiuta da nessun analista: sia esso didatta o in formazione”.

Per un’idea di formazione: criteri arbitrari

“Grande è il rischio di scadere nella chiacchiera,  se si pensa  di poter affrontare la questione della formazione sul piano di un dibattito sostanzialmente teorico e generalizzante, che finisce sistematicamente per aggirare la sua irriducibilità alla intellettualizzazione e la sua inseparabilità dalla personale esperienza di analisi didattica.
La questione della formazione non può che chiamare in causa o in discussione come ciascuno, di volta in volta, si espone, avanza o arretra riguardo ad essa”.

Pulsione di morte, orrore-ripudio della morte e patto col demonio
(a cura di Anna Maria Morale e Maria Antonietta Morale).

   “Eros – ma lo stesso vale per l’arbitrario Thanatos – è un demone che ci prende e possiede, ci assale e travolge, ci domina tirannicamente.
Ma non meno demoniaco e tirannico è il  bisogno di evadere dalla melanconia, dalla solitudine, dalla noia, dall’insoddisfazione, dal mortale ed effimero in tutte le sue manifestazioni - bisogno che ritroviamo in certe figure indimenticabili consegnateci da letterati e pensatori. Pensiamo per esempio al Faust di Goethe, al Faust di Mann, al Dorian Gray di Wilde…”.

Eros e Psiche

“Psiche incarna la potenza di un amore che non si arrende. La potenza e protezione dell’amore – quando e se misteriosamente, magicamente si concede - può moltissimo nei confronti della stessa brutalità della vita. Ma l’amore cresce e si accresce, solo se cresce davvero in noi. Muore, se noi stessi lo lasciamo morire. Se, in fondo, non ci preme gran che prenderci con amore cura dell’amore”.

Tristano e Isotta: Amore e Morte
(a cura di Sandro Manara e  Maria Antonietta Morale).

Muoio d’amore… Ti amo da morire… Ti amerò fino alla morte…
Sono espressioni ricorrenti. Ma come mai, d’impulso, accostiamo così facilmente l’amore alla morte? Come mai il momento sublime dell’amore sfiora così da vicino quello della morte?”.

Un soddisfacimento narcisistico non ottenibile altrimenti

   “Quanto si offre come opportunità di protezione dall’intollerabile diventa necessariamente tutt’uno con l’orrore e il ripudio nei confronti dell’intollerabile stesso. Proprio quanto consente d’illudersi che sia possibile sottrarsi a quest’ultimo, s’imprime come massimo appagamento possibile, come valore privilegiato, di fatto: come soddisfacimento narcisistico non ottenibile altrimenti. Impossibile pertanto non volerlo salvaguardare e riguadagnare.
E’ il bisogno di difesa e soddisfacimento a far sì che il sintomo possa insediarsi. Ma, se dapprima il sintomo serve per evitare qualcosa che non possiamo ammettere senza risentirne, poi si giustifica soprattutto per la soddisfazione che consente comunque di ottenere.
Premesso che la finalità prioritaria di qualsivoglia configurazione sintomatica sia la difesa rispetto a qualcosa avvertito come minaccioso, incompatibile col bisogno di preservazione narcisistica, sarebbe allora per Freud soprattutto il tornaconto secondario del sintomo, e il suo rappresentare  per noi una opportunità di soddisfazione e affermazione narcisistica – dunque  una conveniente e, pertanto, ben difficilmente sostituibile via di facilitazione per evitare l’angoscia –, a favorire l’incorporazione del sintomo, senza affatto disdegnare di allearci con esso. Proprio questa sua funzione di compromesso tra rinuncia a un soddisfacimento e soddisfacimento sostitutivo - funzione eminentemente riparativa dall’angoscia -, ci obbliga, per così dire, a consacrare il sintomo: a consacrarci e a rimanere fedeli ad esso. Spesso per tutta la vita”.

Le ragioni della fede e la fede nella ragione
(a cura di Anna Maria Morale e Maria Antonietta Morale)

   “Quanto in effetti ci è dato «fare a meno del conforto dell’illusione», ma non solo di quella «religiosa», bensì di ogni illusione che appaia un rimedio all’angoscia? E’ forse meno illusorio non nasconderci che, in definitiva, «senza questo conforto» non sopporteremmo «il peso dell’esistenza, la cruda realtà»”.

Impotenza e invocazione a un Dio-Padre onnipotente
(a cura di Sandro Manara e Maria Antonietta Morale)

   “Il «desiderio ardente del padre» coincide col «bisogno di protezione» che ci si attende da un Dio. Col bisogno di «reagire» alla fragilità, alla «debolezza umana», alla «propria fatale impotenza», affidandosi a chi ci appare dotato degli attributi sovrumani e onnipotenti che mancano a noi”.

Visione del mondo, ideologia, scienza e psicanalisi

“Freud fa del suo amore per una verità senza illusioni e infingimenti il tratto connotativo della psicanalisi: «non bisogna dimenticare che la relazione analitica è fondata sull’amore della verità […] e che tale relazione non tollera né finzioni né inganni». Grazie al «suo contenuto di verità», la psicoanalisi «ci insegna» ad ascoltare ciò «che all’uomo sta a cuore al di sopra di ogni altra cosa»”.

Linguaggio della suggestione e cammino verso il linguaggio

   “La psicanalisi nasce e prende atto della sua problematicità nel momento in cui Freud prende le distanze dall’ipnosi e dalla suggestione.
L’analisi suscita effetti di traslazione e quindi fa necessariamente emergere potentissimi tratti di identificazione e credenza. Ma l’analista si accecherebbe se - in una sorta di delirio di onnipotenza, o di ebrezza sciamanica – si convincesse di disporre di un qualche effettivo potere  in rapporto a ciò, o di poter essere lui a condurre il gioco”.

Senso religioso della vita

“L’uomo non è soltanto mosso dalla spinta biologica all’autoconservazione di sé: è anche e soprattutto bisogno di dare significato e valore alla sua vita”.

Imparzialità della cultura

“Per aprirci a differenti saperi, occorre ascoltarli con imparzialità, ma quanto, e non solo idealmente e formalmente, possiamo davvero ritenerci del tutto imparziali? Quanto ci è consentito non prendere anche posizione, non essere, in qualche modo, anche di parte: anticipati cioè dalle idee fondamentali alle quali teniamo?”.

Riflessioni e rilanci

(a cura del Gruppo di studio e ricerca Kairòs e di Maria Antonietta Morale).
“Possiamo di fatto astenerci dal credere? Possiamo sbarazzarci della questione ponendo una netta distinzione tra chi crede (in Dio, nei maghi, in un fine ultimo della vita umana o insito nella natura stessa, ecc.) e chi invece non crede?”.

Narcisismi: mortali passioni di sé

Potremo mai aprirci a una disposizione altra nei confronti del nostro stesso narcisismo, a una disposizione che, pur non cessando di amarci narcisisticamente a dismisura, ci consenta di accogliere la dismisura, il senza per-che e lo straniante: l’insostenibile non essere in mano a noi della vita? Di sicuro, una disposizione, una apertura altra nei confronti dell’amore sarebbe qualcosa di sorprendente, di inaudito. Forse Narciso non troverebbe allora del tutto impossibile accogliere, come intimamente sua, la devastazione della pulsione di morte e della morte. Forse assentirebbe a svanire e non più ritrovarsi narcisisticamente, o ritrovarsi altro nell’altro. Forse solo allora, scopriremmo, con meraviglia, un narcisismo altro,  capace di prendere le distanze dal comune modo di intendere e vivere l’urgenza di soddisfazione narcisistica e l’Eros del narcisismo stesso… Forse,  a questo punto, non ci apparirebbe assolutamente assurdo, impensabile che l’io debba necessariamente essere spezzato <<per diventare se stesso>>, che, in definitiva, creatore di sé, debba essere anche <<l’angelo sterminatore di sé>>.  Atto disintegrante, atto di decostruzione e smembramento doloroso, che ci restituirebbe, in sostanza,  qualcosa di ben diverso da quella integra, unificante, identica immagine di sé, che Narciso e il narcisismo pretenderebbero di accaparrarsi, trovando il verso di rispecchiarvisi una volta per tutte.

Narcisismo normale e patologico

Quando il narcisismo si può considerare normale e quando patologico? Se una persona vive bene nel suo mondo narcisistico, a che titolo, e in nome di quale idea del bene, è giusto decretarne da fuori la patologia?

Strega psicanalisi

La psicanalisi è nata dal desiderio di Freud di ascoltare ciò che più propriamente sta a cuore  all’uomo.  Per parlare della psicanalisi è allora indispensabile tornare all’uomo e parlare dell’uomo. Al tempo stesso, è indispensabile ritornare sull’idea che abbiamo dell’uomo e su ciò che riteniamo possa aiutarlo ad affrontare il suo disagio… Se non ci si espone in merito a  quell’idea,  si rischia di parlare metafisicamente della psicanalisi e di trattarla come un’entità oggettiva.
Ad accompagnarci non sono che le nostre teorizzazioni, speculazioni, interpretazioni, spalancate sull’infinito, sull’ineffabile e su ciò che, in modo davvero sorprendente, possono farci scoprire. Ma, più sorprendente ancora, è che quanto accade nel corso di una analisi sia ben poco il frutto delle nostre speculazioni, teorizzazioni, interpretazioni, anzi,  intervenga spesso a sproposito e del tutto ignorandole.E’ qui che la metapsicologia mostra a pieno il suo intrattabile volto di strega…  
Cosa sostiene l’incollaggio della libido al sintomo? Cosa fa sì che si resti, a volte a vita, attaccati al sintomo, intrappolati in esso? E, di contro, cosa mai fa sì che quest’ultimo possa  allentarsi o decadere? Occorre – e qui il Freud, che tanto auspica l’avvento di una ragione, capace di  imporre la sua supremazia sull’inconscio, gradevolmente ci stupisce, – occorre appunto rivolgersi alla strega… A quanto  fuoriesce da ogni pretesa di sbrogliare la cosa, affidandosi al primato e potere della ragione, o alla finezza delle interpretazioni. Ne viene l’importanza che la psicanalisi non si chiuda in un sapere soddisfatto di sé, ma  sia disposta a lasciarsi sorprendere:a scoprire di volta in volta, le sue risorse possibili. A ricominciare sempre di nuovo la sua straordinaria avventura, insieme all’uomo: luogo per eccellenza di ri-velazione dello <<straniante>>, ma anche della gioia e dell’inaspettato.

Desiderio di conoscenza e terra di nessuno

Il desiderio è soprattutto libido sciendi: sete pulsionale di conoscenza e trasporto erotico verso la conoscenza.